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domenica 29 luglio 2018
sabato 3 marzo 2018
Räntä
Nevica.
Oggi erano fiocchi ampi, larghi, simili a pezzi di cotone sfilacciato.
Ogni tanto qualche amico finlandese mi chiede perchè qui usiamo l'ombrello quando nevica, a loro sembra tanto strano. Il fatto è che tra i mille nomi della neve, quello che userebbero loro per definire la neve italiana potrebbe essere probabilmente "räntä" cioè quel tipo di neve più bagnata, che già mentre cade un pò si scoglie, inzuppandoci di conseguenza. Stare in questo appartamento mi piace molto, ma sono contenta di andare in cascina domani perchè lì la neve non sarà sporca e ammucchiata come in città, e potremo fare una vera passeggiata bianca.
Per me questa condizione atmosferica è un pò parte del mio compleanno, che è appena passato nel più delizioso dei modi grazie a Vic e grazie agli amici più cari. L'atmosfera che si viene a creare è fantastica: rende più magico stare fuori di casa e un sacco più confortevole e piacevole stare dentro.
Con un gattino nero che dorme sul divano o che si produce in concerti sinfonici di fusa estatiche dandoti anche delle affettuose testatine e abbracciandoti la testa con le zampe poi, si possono raggiungere picchi di perfezione e relax davvero niente male.
Circa un mese fa c'è stato un piccolo terremoto di preoccupazione generale.
Ora siamo meno preoccupati ( e più occupati ) e quel mese sembra essere volato via in un attimo.
Sto anche preparando un piccolo pacco per Korppi & Irene ( e facendo aspettare un sacco gli altri corrispondenti con cui c'è un bellissimo scambio di lettere ) cerco di metterci dentro tutto il mio affetto, la mia cura e il mio amore, perchè davvero non so quando potrò rivederli ancora e questo pensiero un pò mi tormenta, è un pensiero di sottofondo costante. C'è un altro pensiero a darmi forza, un pensiero molto più ampio e ragionevole, ma insomma.... se poi mi metto a riguardare le foto con le musiche dei film dello studio Ghibli come sottofondo ciao proprio! Ma anche in questo c'è una soffusa e delicata bellezza e io mi crogiolo nella saudade e nel profumo dolce di imphepho che mi è stato donato per il compleanno...
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lunedì 27 novembre 2017
Garmr racconta....
Ecco cosa succede quando un caro e oscuro amico dai molti e oscuri talenti condivide quest'immagine sulla sua pagina Fb e tu,ovviamente commenti subito...
" Prima del tempo degli uomini vi è stato quello delle radici e degli spiriti, un tempo in cui piccoli e grandi Dèi calpestavano questa nostra terra o nuotavano nei nostri mari, nei nostri fiumi e nei nostri cieli. Al nostro tempo, poco ne sopravvive; scintille, braci accese in rare anime antiche, sopravvissute alle ere dell'umanità; e benché questi siano i tempi della sapienza esatta e luminosa, e dei copiosi frutti dell'ingegno umano, una saggezza diversa si cela ancora nelle ombre; poche anime che vegliano sui molti, tenendo in vita quegli dèi quasi dimenticati senza i quali il mondo dimenticherebbe il valore dei tramonti e del profumo della corteccia. Poche anime antiche, che si nascondono spesso dietro giovani volti dagli occhi di corvo o di volpe..."
Ancora mi ricordo quando ne ho viste nascere alcune proprio sotto ai miei occhi....
lunedì 23 ottobre 2017
Ecco due poesie che mi sono state donate di recente.
Cit. Hermann Hesse "Il canto degli alberi"
"Per me gli alberi sono sempre stati i predicatori più persuasivi. Li venero quando vivono in popoli e famiglie, in selve e boschi. E li venero ancora di più quando se ne stanno isolati. Sono come uomini solitari. Non come gli eremiti, che se ne sono andati di soppiatto per sfuggire a una debolezza, ma come grandi uomini solitari, come Beethoven e Nietzsche. Tra le loro fronde stormisce il mondo, le loro radici affondano nell’infinito; tuttavia non si perdono in esso, ma perseguono con tutta la loro forza vitale un unico scopo : realizzare la legge che è insita in loro, portare alla perfezione la propria forma, rappresentare se stessi. Niente è più sacro e più esemplare di un albero bello e forte.
Quando un albero è stato segato e porge al sole la sua nuda ferita mortale, sulla chiara sezione del suo tronco - una lapide sepolcrale – si può leggere tutta la sua storia: negli anelli e nelle con crescenze sono scritte fedelmente tutta la lotta, tutta la sofferenza, tutte le malattie, tutta la felicità e la prosperità, gli anni magri e gli anni floridi, gli assalti sostenuti e le tempeste superate. E ogni contadino sa che il legno più duro e più pregiato ha gli anelli più stretti, che i tronchi più indistruttibili, più robusti, più perfetti, crescono in cima alle montagne, nel perpetuo pericolo,
Gli alberi sono santuari. Chi sa parlare con loro, chi li sa ascoltare, conosce la verità. Essi non predicano dottrine e precetti, predicano, incuranti del singolo, la legge primigenia della vita.
Così parla un albero : in me è celato un seme, una scintilla, un pensiero, io sono vita della vita eterna. Unico è l’esperimento che la madre perenne ha tentato con me, unica la mia forma e la venatura della mia pelle, unico il più piccolo gioco di foglie delle mie fronde e la più piccola cicatrice della mia corteccia. Il mio compito è quello di dar forma e rivelare l’eterno nella sua marcata unicità.
...
La nostalgia di vagare senza meta mi prende il cuore, quando a sera, sento gli alberi stormire nel vento. Se li si ascolta a lungo, in silenzio, anche la nostalgia di vagare rivela appieno il suo significato più profondo. Non è desiderio di scappare via dal dolore, come sembra. E’ nostalgia della propria patria, ricordo della propria madre, struggimento per nuovi simboli di vita. Conduce a casa. Ogni strada conduce a casa, ogni passo è nascita, ogni passo è morte, ogni tomba è madre.
Così sussurra l’albero nella sera, quando abbiamo paura dei nostri pensieri infantili. Gli alberi hanno pensieri duraturi, di lungo respiro, tranquilli, come hanno una vita più lunga della nostra. Sono più saggi di noi finché non li ascoltiamo. Ma quando abbiamo imparato ad ascoltare gli alberi, allora proprio la brevità, la rapidità e la precipitazione infantile dei nostri pensieri acquistano una letizia incomparabile. Chi ha imparato ad ascoltare gli alberi non desidera più essere un albero. Non desidera essere altro che quello che è. Questa è la patria. Questa è la felicità."
Per Paola che ha visto il paesaggio cambiare.
( un dono di Beatrice Volpi )
Un tempo gli alberi avevano occhi posso giurarlo,
so di certo
che vedevo quando ero albero, ricordo che mi stupivano
le strane ali degli uccelli
che mi sfrecciavano davanti, ma se gli uccelli sospettassero
i miei occhi, questo non lo ricordo più.
Invano ora cerco gli occhi degli alberi.
Forse non li vedo
perché albero non sono più,
o forse sono scivolata lungo le radici nella terra,
o forse,
chissà,
solo a me m’era parso
e gli alberi sono ciechi da sempre.
Ma allora perchè quando mi avvicino
Sento che
Mi seguono con gli sguardi,
in un modo che conosco,
perché quando stormiscono e occhieggiano
con le loro mille palpebre
ho voglia di gridare
Cosa avete visto?....
Ana Blandiana, poetessa rumena.
( Un dono di Pinco Pallina )
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sabato 21 ottobre 2017
I primi passi della ragazza-cervo e la morte del pioppo nero
Addio mio amato vecchio albero.
Addio al tuo grande tronco verde, metà rugoso e metà liscio e nudo.
Se chiudo gli occhi sento forte e chiaro l'odore della tua corteccia. Polvere e sole.
Ricordo perfettamente la forma dei contorni delle tue foglie.
La tua punta spezzata dal fulmine, la tua sagoma inconfondibilmente alta e assimmetrica, che come un faro mi poteva guidare nei miei viaggi a piedi, nel mare erboso che è la pianura.
Ricordo perfettamente i rossi fiori maschili nonostante la tua età e il tuo stato.
Ricordola neve, la nebbia,o l'aria ondeggiante per il calore dell'estate.
Ti ho fotografato mille volte e disegnato.
Ti ho confidato molto, ti ho bagnato di lacrime, ho spesso trovato rifugio sotto la tua chioma,
appoggiata al tuo tronco ho rubato il primo bacio ad uno degli amori più importanti della mia vita.
Vicino a te ho osservato le cincie, la civetta, la ghiandaia e la lepre.
Ho trovato le ossa della volpe e della cornacchia.
Ho mangiato le bacche rosse e asprigne del biancospino.
Ti amo come fossi una persona.
E lo so che in fondo non sei sparito davvero....
Grazie per esser stato parte della mia vita fotunata.
Grazie mio amato vecchio albero.
Korppi?
Muistatko rakas vanha poppeli?
Noh....tänään kanssa peura-tyttö menimme siellä.
Hän oli kanssa huivi ympärillä hänen silmänsä ( Eh!eh!) ja minä olin keskitetty noin hän. Ilman puuttua mutta huolellinen. Niin ei nähnyt....
Oli niin turvallinen.
Otin sen itsestäänselvyytenä: iso vanha poppeli oli tavoitteemme, ja pieni peura-tyttö ei edes tiennyt.
Mutta vanha musta poppeli ei on vielä.
Joku leikkaa se, ja maisema on muuttunut, sen tyhjiö on kuin haava minulle.
Sillä hetkellä olen pysynyt tarpeeksi vahva. Koska ei olin yksin, koska toinen henkilö oli myös tärkeä, ja olin tilassa, ja oli todella selvä minulle että itse asiassa mikään ei ole muuttunut, jos ei puun fyysistä-materiaalinen kuntoa....mutta nyt että olen talossa. Nyt olin surussa, juuri kuten yksi rakas ihminen kuolee. Koska olen niin ihmisen, ja on tuskallinen ja kaunis samaikaisesti.
"Haluatko oppia, Kettu? Taas? Ok, niin ota tämä!" sanoi maailmankaikkeus.
( Maailmankaikkeus on todella hyvä nyrkkilijä,ajoittain!)
Peura-tyttö on ❤ ja olen iloinen tästä, oli kaunis päivä tänään.
Buonanotte, hyvää yötä!
Si può essere profondamente grati e felici,anche da feriti. Il mio faro dei campi non c'è più. Qualcuno ha tagliato il vecchio pioppo nero che era per me così importante, così caro. Inizialmente, il mio cervello non comprendeva il vuoto nel paesaggio che i miei occhi stavano registrando. "C'è qualcosa che non va, ma cosa? Siamo arrivate, ora ce lo troviamo di fronte, ne sono assolutamentissimamente certa. Guardo meglio...." no. Un gigante di circa 25 metri è davvero svanito nel nulla, e al suo posto c'è solo una piccola catasta di rami tagliati che nemmeno riconosco. Non trovo nemmeno il ceppo, sepolto com'è. E che fine ha fatto il biancospino che cresceva vicino al tronco? Nulla ha più senso a questo mondo. Nulla! Non so se tutti voi potrete capirlo, ma io mi sento esattamente come se fosse morta una persona amata. Nulla di meno di questo. Eppure dentro di me c'è un angolino consapevole che sa che sotto sotto, a parte la forma esteriore, a parte lo spostamento fisico di un po' di materia, non è cambiato niente. E poi è stata una giornata-viaggio importante, a tratti anche molto divertente, e io ne sono sinceramente grata. Questa è l'ennesima ed importante lezione-legnata. E ne faccio già tesoro.
" Agli alberi dimenticati, ai confini delle pianure,
al loro non porre resistenza,
al loro coraggio, alla pazienza
al loro crescere per cento anni
per dare riparo a una famiglia di gazze.
Al loro esistere soltanto per abbracciare un po’ di più il cielo
E un po’ di più la terra.
Alla loro confidenza con i vermi,
al loro nutrire farfalle
al loro saper distinguere la notte dal giorno,
al ripiegare le foglie, a lasciarle andare.
Non abbattetevi alberi,
se non siete stati scelti per abbellire nessun giardino
o nessun viale,
ma solo per fare ombra alle formiche.
Non fatevi abbattere per qualche libro di poesia,
per qualche fiammifero.
Come se non bastasse il vostro ossigeno,
la vostra silenziosa perfezione. "
( Questa bellissima poesia è di
Andrea Gruccia Due Marchesedelgrilletto )
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martedì 19 settembre 2017
" TRENO "
I.
È buio e la città non si vede ancora,
ma in mezzo alla pineta,
lontano, contro il nero fitto del monte,
risplende una rimessa spalancata.
Più in là, nella campagna
si accendono tre, quattro luci
a scatti, come su un quadrante.
In curva ora il treno si inclina piano
sotto le prime case. Ai finestrini
nell’odore di mare
passano armadi, tovaglie, televisori.
Apparecchiano, al terzo. A pianterreno
vanno a prendere un piatto e li vedi fermi.
II.
Mentre le stanze passando
e se ne vanno, viene
come una spina dentro,
come un’invidia.
Ci si sente mancare,
in queste scene.
Si è come tenuti fuori.
Ma in fondo poi
vedere come tutto
procede bene
anche senza di noi,
fa quasi ridere.
E si diventa liberi, leggeri:
non si è più lì, si ragiona
come già morti, come
mai nati. Insieme a tutti gli spiriti,
da una distanza senza misure,
si reggono negli occhi
cose e persone.
Eppure questo,
questo che tutti vedono
là, nei soggiorni
e nelle camere, non smette di mancare:
essere così chiari
senza saperlo,
stare soprappensiero
un attimo, nel pieno dell’attenzione.
III.
E finalmente sembra di capire:
essere gli altri, questo si vuole.
Gli altri: per sempre salvi, luce di cinema
in uno sguardo buono.
Essere gli altri a casa,
in varie case: trovarsi lì come un quadro,
o il freddo dei vetri, il clac dell’ascensore
quando si ferma al piano. Essere al mondo
come son al bar due clienti.
Stare come di sera
fuori dalle cucine
nuvole e muri.
Essere via,
là, dove niente può succedere.
Diventare questo: c’è gente.
IV.
Ma come si esce di qui?
Che cosa si può salvare
da questo sguardo?
Passato il ponte,
passate le ultime case,
c’è ancora mondo.
E in cima a questi monti
o in fondo ai campi, oltre i binari, sul fiume
e al largo, in alto mare,
ancora mondo. Anche lì
le cose sono vere.
Ecco: le cose.
Dove tutto si perde e manca,
rimangono. Si lasciano
ascoltare e vedere.
Sono vere, le cose, e saranno vere:
per questa promessa anche ora,
nascoste nel loro buio,
anche in corsa,
ti sembrano care e buone.
Le guardi e pensi: niente
dura così.
Niente. Se non, guardando,
questa paura
che ogni volta ritorna
a non capire
là fuori, a che cosa tiene davvero,
cosa vuole da noi, la verità.
È buio e la città non si vede ancora,
ma in mezzo alla pineta,
lontano, contro il nero fitto del monte,
risplende una rimessa spalancata.
Più in là, nella campagna
si accendono tre, quattro luci
a scatti, come su un quadrante.
In curva ora il treno si inclina piano
sotto le prime case. Ai finestrini
nell’odore di mare
passano armadi, tovaglie, televisori.
Apparecchiano, al terzo. A pianterreno
vanno a prendere un piatto e li vedi fermi.
II.
Mentre le stanze passando
e se ne vanno, viene
come una spina dentro,
come un’invidia.
Ci si sente mancare,
in queste scene.
Si è come tenuti fuori.
Ma in fondo poi
vedere come tutto
procede bene
anche senza di noi,
fa quasi ridere.
E si diventa liberi, leggeri:
non si è più lì, si ragiona
come già morti, come
mai nati. Insieme a tutti gli spiriti,
da una distanza senza misure,
si reggono negli occhi
cose e persone.
Eppure questo,
questo che tutti vedono
là, nei soggiorni
e nelle camere, non smette di mancare:
essere così chiari
senza saperlo,
stare soprappensiero
un attimo, nel pieno dell’attenzione.
III.
E finalmente sembra di capire:
essere gli altri, questo si vuole.
Gli altri: per sempre salvi, luce di cinema
in uno sguardo buono.
Essere gli altri a casa,
in varie case: trovarsi lì come un quadro,
o il freddo dei vetri, il clac dell’ascensore
quando si ferma al piano. Essere al mondo
come son al bar due clienti.
Stare come di sera
fuori dalle cucine
nuvole e muri.
Essere via,
là, dove niente può succedere.
Diventare questo: c’è gente.
IV.
Ma come si esce di qui?
Che cosa si può salvare
da questo sguardo?
Passato il ponte,
passate le ultime case,
c’è ancora mondo.
E in cima a questi monti
o in fondo ai campi, oltre i binari, sul fiume
e al largo, in alto mare,
ancora mondo. Anche lì
le cose sono vere.
Ecco: le cose.
Dove tutto si perde e manca,
rimangono. Si lasciano
ascoltare e vedere.
Sono vere, le cose, e saranno vere:
per questa promessa anche ora,
nascoste nel loro buio,
anche in corsa,
ti sembrano care e buone.
Le guardi e pensi: niente
dura così.
Niente. Se non, guardando,
questa paura
che ogni volta ritorna
a non capire
là fuori, a che cosa tiene davvero,
cosa vuole da noi, la verità.
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venerdì 11 agosto 2017
Notturno armoto
Questa è l'ultima notte che passo ad Armo
nella soffitta tra le tegole del tetto, con ben due ventilatori che ronzano furiosi.
Sulle mie dita ci sono le ultime tracce di smalto blu. Non le tolgo con l'acetone, ma pigramente lascio che si consumino a contatto con la vita di tutti i giorni.
Oggi ho dato l'ultimo saluto all'amato mare, e lui ha ricambiato con il suo abbraccio di velluto blu, con il luccicare dei pesci ago, la danza della medusa, e con i neri banchi di monachelle che nuotano come ombre.
Ritornando in paese prima faccio il pieno di dettagli come vicino a Pellaro, dove c'è il vecchio palazzo municipale sovrastato dall'orbita vuota dell' orologio in stile coloniale, con tutte le assi scrostate e ormai a vista come in un vecchio western. O da qualche parte sulla statale dove c'è, la solita casetta azzurra abbandonata, che tutti notano e sognano di abitare, ma che resta immutata e vuota da anni e sembra risuonare malinconicamente di tutta la vita che un tempo conteneva. Dopo il tramonto invece, attraversando Reggio, faccio il pieno di finestre illuminate, perchè verso l'ora di cena, quasi tutte le case hanno le porte e le finestre spalancate per il gran caldo, così i miei occhi sfacciati possono attraversarne fugacemente le stanze e far festa tra tutti questi micro-mondi, o tra le coppie di anziani sedute fuori dai bar.
Questa è l'ultima notte che passo ad Armo
nella soffitta tra le tegole del tetto, con ben due ventilatori che ronzano furiosi.
In cielo splendono nitidi lo scorpione e l'orsa maggiore, ed il paese sulla collina - a parte per gli strilli occasionali della civetta- è silenzioso e si chiude in quella sua atmosfera un pò misteriosa e densa, come se ogni angolo non illuminato sprigionasse una strana forza un pò magnetica e quasi risucchiante.
Perfino con la luce del giorno Armo, che ormai ha perso tutto tranne la chiesa e la manciata di abitanti che ancora resistono tutto l'anno, sembra avere una sua vita segreta e parallela, che sprigiona mistero da ogni vecchia pietra e che mi incuriosisce e mi inquieta al tempo stesso.
Mi riecheggiano nella memoria le tante storie di streghe e vecchi alberi di noce, o quelle di apparizioni - riguardanti sopratutto animali che alla fine proprio animali non sono- e sono sicura che con il favore della notte, questa vita segreta prende per un pò il sopravvento e si spinge fin nelle stradine, almeno finchè il mattino non ricaccia le ombre negli angoli.
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venerdì 14 aprile 2017
American Gods
Quando dentro un libro ritrovo cose del genere,significa che quel libro è uno dei miei preferiti. Mi accingo a rileggere American Gods di Gaiman per la terza volta. Sono in agitazione per la serie. Le poche cose che ho visto finora mi stanno facendo impazzire! Tra le pagine ho ritrovato piccoli avanzi della mia vita di circa uno o due anni fa: una foglia,lo stecco del gelato,un biglietto del treno,la carta di una caramella al rabarbaro di quelle che mangiava una mia prof dell'Accademia . Anche la storia contenuta in questo libro è contemporanea e quotidiana pur essendo pazzesca. Può ricordarci che certe cose che pensavamo dimenticate o che classificavamo come miti e vecchie storie,possono essere più vicine di quanto sospettiamo,praticamente dietro l'angolo,un pochino malconce forse, ma a portata di occhio alle giuste condizioni. E ...attenzione! Non sai mai quando potresti inciamparci!
Ed ecco il genere di cose riguardanti la serie che mi stanno facendo impazzire:
mercoledì 1 febbraio 2017
Baubo la Dea panciuta
" Demetra, la dea madre della terra, aveva una bellissima figlia di nome Persefone, che un giorno giocava all'aperto. Persefone vide ad un tratto un fiore particolarmente bello e allungò le mani per coglierlo. D'improvviso la terra si mise a tremare e si aprì una profonda voragine. Dalle profondità della terra emerse Ade, il dio degli Inferi. Alto e possente, stava ritto su un carro nero tirato da quattro cavalli del colore dei fantasmi.
Ade rapì Persefone sul suo carro e lanciò i cavalli nelle profondità della terra. Le urla di Persefone si fecero sempre più flebili a mano a mano che si richiudeva la voragine della terra, come se nulla fosse mai accaduto. Sulla terra regnò il silenzio e si diffuse il profumo dei fiori calpestati. E la voce della fanciulla risuonò attraverso le pietre delle montagne, gorgogliò tra le onde del mare. Demetra udì le pietre urlare. Udì le acque urlare. Strappandosi il serto dalla chioma immortale, spogliandosi degli scuri veli, prese a volare sulla terra come un grande uccello, alla ricerca di sua figlia, chiamandola a gran voce.
Quella notte una vecchia seduta al limitare di una caverna disse di aver udito tre grida quel giorno: una era una giovane voce che urlava di terrore, l'altra chiamava lamentosamente e la terza era di una madre in lacrime.
Persefone non si ritrovava e iniziò così la lunga folle ricerca di Demetra della figlia tanto amata. Demetra s'infuriò, pianse, urlò, cercò indizi e frugò dentro, sotto, sopra ogni rialzo della terra, implorò compassione, implorò la morte, ma non riuscì a trovare l'amata figlia. Allora, lei che aveva fatto crescere ogni cosa per l'eternità, maledisse tutti i campi fertili del mondo. Per via della maledizione di Demetra, nessun bambino poteva nascere, non poteva crescere il grano per il nutrimento, né potevano sbocciare fiori per le feste o crescere rami d'albero per i morti. Tutto era appassito e inaridito sulla terra riarsa.
Demetra non si era più bagnata, e le sue vesti erano tutte infangate e i capelli arruffati. Nel suo cuore la pena vacillava, ma non si sarebbe arresa. Dopo tante domande, preghiere, avventure che non avevano portato a nulla, cadde infine accanto ad un pozzo in un villaggio in cui nessuno la conosceva. E appoggiò il corpo dolente contro la pietra fredda del pozzo, e in quel mentre sopraggiunse una donna, o piuttosto una specie di donna. E questa donna si mise a danzare di fronte a Demetra dimenando i fianchi in un modo che ricordava il rapporto sessuale, e scuotendo i seni nella danza. E vedendola Demetra non poté trattenere un lieve sorriso. La femmina ballerina era davvero magica, perché non aveva testa, e i capezzoli erano i suoi occhi e la vagina la sua bocca. Con questa amabile bocca prese a intrattenere Demetra con storielle piccanti. Demetra cominciò a sorridere, poi ridacchiò, poi esplose in una fragorosa risata. E insieme risero le due donne, la piccola Baubo e la potente Demetra.
E fu proprio questo riso che trasse Demetra dalla depressione e le diede l'energia necessaria per continuare la ricerca della figlia; con l'aiuto di Baubo, della vecchia Ecate e di Elio, il Sole, la ricerca ebbe buon esito Persefone fu restituita alla madre. Il mondo, la terra e il ventre delle donne ripresero a fiorire....
C'è un aspetto femminile che è una sorta di fuoco sotterraneo che a volte divampa, talaltra lentamente brucia, ciclicamente. Uno stato di intensa consapevolezza sensoriale che include la sessualità, ma non si limita ad essa. Nelle antiche culture matriarcali esistevano delle dee dell'oscenità. L'osceno non è affatto volgare, ma assomiglia piuttosto ad una creatura fantastica che vorreste avere tra le vostre migliori amiche. Nel riso la donna può cominciare a respirare davvero, a sentire sensazioni di apertura alle lacrime trattenute o a memorie dimenticate, o l'apertura delle catene messe alla personalità sessuale. Queste dee allentano ciò che è troppo stretto, bandiscono la malinconia, mantengono liberi i passaggi.
Una di queste dee è Baubo. Discende dalle dee panciute neolitiche, misteriose figure senza testa. Sono i talismani del potere femminile. E il riso che scuote il ventre è una delle migliori medicine che una donna possa ricevere.
L'energia maschile è bella, addirittura sontuosa, grandiosa, ma a volte è come mangiare troppi cioccolatini. Di tanto in tanto è bello mangiare solo riso bianco e bere brodo leggero. Di tanto in tanto è bello vivere un'atmosfera squisitamente femminile, in solitudine o in compagnia.
Un po' di oscenità aiuta a vincere la depressione. Certe risate, provocate da vecchie storie che le donne si raccontano, rimescolano la libido, riattizzano il fuoco dell'interesse alla vita.
Gli scherzi e il riso delle donne sono un'ottima medicina per i tempi duri, un corroborante nella convalescenza. Quando il riso rende le persone contente di essere al mondo, più consapevoli dell'amore e dell'eros, quando allevia la tristezza e vince la collera, allora è sacro."
- C.P. Estès , Donne che corrono coi lupi -
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venerdì 27 gennaio 2017
Memoria ( Gioia-Dolore-Gioia...)
Oggi ho sentito in me un miscuglio di emozioni.
A tratti gioia infinita e a tratti dolore. Per tutto il tempo invece, un'acuta consapevolezza.
Gioia infinita nel sapere che, se le cose fossero andate diversamente ( e avrebbero potuto farlo in mille piccoli modi ) io a quest'ora non sarei qui a scrivere, e mia madre e la maggior parte dei suoi fratelli e sorelle non sarebbero mai nati. Se mio nonno ( e mi colpisce la vicinanza di questa parola....nonno. Non bisnonno, trisavolo o chissà cosa. Nonno. Il padre di mia madre: una dolce figura elegante della mia infanzia, ben nitida, perfino nel profumo... ) Se quel ragazzo di 35 anni non fosse riuscito a fuggire e a tornare a casa a piedi o con mezzi di fortuna, sempre nascosto, durante un viaggio durato mesi di cui rimpiango di non avergli chiesto nulla perchè ero troppo piccola per farlo, ecco io a quest'ora non sarei qui. Però qualcosa mi è stato raccontato: dei vestiti bruciati e sepolti, del bagno fatto fuori casa prima di poter rientrare, di una delle mie zie ancora piccola, che non riconoscendo suo padre in quell'uomo consumato, lo prese a pugni e morsi dicendogli "Sei un estraneo! Non puoi entrare e andare a letto con mia madre!"
Dolore infinito. Dolore per le persone che conosco e soffrono, proprio adesso in questo momento. Persone che fanno parte della mia famiglia. Dolore che parte come personale e poi si allarga, si espande, si eleva fino a perdere i contorni di ciò che conosco, famigliare e familiare e diventa così il dolore di tutti, del mondo intero, universale. Ormai le lacrime che verso non sono più solo le mie. E a quel punto....beh a quel punto il dolore è così illimitato e immenso e incondizionato che solo una cosa può succedergli, e quindi muta e si trasforma e mostra il suo altro volto che è il volto dell'amore, e la cosa non dovrebbe stupire più di tanto, e chi soffre o ha sofferto lo sa: che è semplicemente l'altro lato della medaglia e che la medaglia è una soltanto.
E quindi di nuovo gioia! Gioia perchè la casa qui al confine ( che abito al confine - confine tra buio e luce, nebbia e visibilità, città e campagna- me lo disse un giorno l'altra metà del Volpesce, una sera che era tornata dall'Olanda, ed era primavera se non sbaglio. Era la sera in cui sentimmo le farfalle sussurrare "borbol(eta)s" e in cui ci accorgemmo di averci avuto sotto al naso - e che naso!!- da sempre senza farci caso...) dicevo, la casa non è più vuota e i miei, che hanno passato giorni difficili e movimentati ne sono anche loro contenti, e c'è qualcosa di diverso in loro che io percepisco. Ci sono cose che hanno il potere di rimetterti un po' a posto le priorità,in maniera traumatica ma efficace. Scoprire che mentre qualche sera fa io ero qui da sola turbata da un brutto sogno e angosciata senza un motivo preciso, mia madre in un'altra città faceva a sua volta un incubo e non riusciva a dormire. Oggi ci siamo raccontate questa cosa e il suo commento è stato " tu sei come la nonna, ecco perchè!" Gioia-dolore-gioia... ( ciao nonna! il giorno dopo sarebbe stato il tuo compleanno,così, giusto per legare ancora di più il tutto come piace a noi,e ti ho acceso una candelina e ho indossato un tuo ciondolo! ) Gioia per i cambiamenti in atto,e come sempre per le piccole cose.
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mercoledì 25 gennaio 2017
Talismano indiano
Vi faccio vedere una delle mie collane preferite in assoluto. L'ho creata con materiali perlopiù di recupero, e nel suo insieme è un ricordo/talismano della mia esperienza in India.
- Le perline le ho raccolte sul terrazzo della Kautilya Society, lo splendido luogo che per più di un mese mi ha ospitata a Varanasi. Erano tutte sparpagliate a terra alla rinfusa, e probabilmente appartenevano ad una tenda a cui è partito un filo. Sono state raccolte con un occhio attento al pavimento e un altro attento alle.....scimmie!
- Il filo di nylon è un filo degli aquiloni. A Varanasi in cielo al pomeriggio,ci sono quasi più aquiloni di carta che uccelli, e dai terrazzi si sente sempre quel fruscìo particolare: l'aquilone è ancora il gioco preferito dai bambini, insieme all'immancabile cricket.
- Il bussolotto di legno l'ho comprato ad una bancherella in un vicolo. Forse ha a che fare con il fumo....boh! Ad ogni modo,gli oggettini misteriosi che si aprono mi hanno sempre affascinato! Dentro ci sono un pezzettino di petalo di Bouganville che le donne del Ganga Learning Centre mi avevano messo tra i capelli l'ultimo giorno, un po' di sabbia, e un minuscolo pezzettino di gesso da sarteria azzurro, proveniente dal laboratorio.
- Le perline le ho raccolte sul terrazzo della Kautilya Society, lo splendido luogo che per più di un mese mi ha ospitata a Varanasi. Erano tutte sparpagliate a terra alla rinfusa, e probabilmente appartenevano ad una tenda a cui è partito un filo. Sono state raccolte con un occhio attento al pavimento e un altro attento alle.....scimmie!
- Il filo di nylon è un filo degli aquiloni. A Varanasi in cielo al pomeriggio,ci sono quasi più aquiloni di carta che uccelli, e dai terrazzi si sente sempre quel fruscìo particolare: l'aquilone è ancora il gioco preferito dai bambini, insieme all'immancabile cricket.
- Il bussolotto di legno l'ho comprato ad una bancherella in un vicolo. Forse ha a che fare con il fumo....boh! Ad ogni modo,gli oggettini misteriosi che si aprono mi hanno sempre affascinato! Dentro ci sono un pezzettino di petalo di Bouganville che le donne del Ganga Learning Centre mi avevano messo tra i capelli l'ultimo giorno, un po' di sabbia, e un minuscolo pezzettino di gesso da sarteria azzurro, proveniente dal laboratorio.
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domenica 8 gennaio 2017
Di arcobaleni, neve e compleanni
In questi primi giorni dell'anno il tempo atmosferico ha dato spettacolo:
pioggia, un arcobaleno,neve tonda, grandine e neve....e tutto con il sole!
Il giorno dell' epifania, compleanno del nonno che porta splendidamente i suoi 90 anni, tutte le colline dei dintorni, e pure quelle della Sicilia dall'altra parte erano imbiancate da un sottile strato di neve, simile a zucchero a velo, e così anche le vie del paese percorse dal vento: uno spettacolo, che da queste parti non si vede spesso. Ora i giorni scivolano verso una nuova partenza, nuovi arrivederci, e nuovi ritorni...
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domenica 1 gennaio 2017
Ricordo il 2016 come...fosse ieri!
☆ ho fatto nascere una farfalla ( ed è successo il giorno del compleanno di mia madre)
☆ mi sono laureata in Terapeutica Artistica, dopo una tesi ed un viaggio indimenticabili in India l'anno prima
☆ ho ricamato con donne di diverse età e culture
☆ ho fatto i primi due livelli Reiki Shoden e Chuden
☆ ho fatto un sacco di laboratori diversi con persone bellissime ( sia co-conduttrici che partecipanti)
☆ ho ricevuto la mia versione colorata del Volpesce dall'altra metà di me/noi
☆ sono diventata Zampiglia, volontaria clown V.I.P Italia
☆ mi sono fatta 1000 e passa km per i 90anni del nonno
☆ ho iniziato a cambiar pelle come ssssuggerisce il mio sssecondo totem,
ssspezzando ssspirali.... 🐍
mercoledì 21 dicembre 2016
To jìrimma - Il ritorno
Scrivo finalmente, e lo faccio dal mio nido sul tetto, la mia piccola soffitta in questo piccolo paesino di 250 anime, quasi tutte imparentate. Scrivo tra tegole rosse macchiate di licheni e il riflesso delle finestre illuminate della chiesa. La minuscola piazza, palcoscenico di matrimoni e funerali è lì di fronte. " A ruga da cresia" come dicono in dialetto, che è imparentato anche lui con il grecanico.
abbiamo trovato la via del ritorno anche stavolta.
Abbiamo rivisto il mare e incontrato di nuovo gli occhi dei nostri cari,
la gatta dal pelo marmorizzato che avevamo accudito, curato e adottato ( o forse solo pensato e creduto di adottare ) una volta riviste le stradine natie, ci ha ringraziato di cuore preferendo tornare alla sua vita randagia, e ha fatto perdere ogni traccia di sè.
Ieri è stata una giornata di pioggia e vento, un vento forte di Scirocco che faceva vibrare i vetri e ululava tra le lamiere dei terrazzini, incessantemente, buttando l'acqua a secchiate sulle facciate delle case.
Ha anche piovuto con il sole, come per un matrimonio di volpi.
Oggi il cielo era ancora coperto di nubi, ma meno lacrimoso e sopratutto, il vento è caduto.
Così mi sono spinta sotto al paese, lì dove si trovano orti e giardini e dove scorre veloce la fiumara che in questa stagione è ricca di acqua e di voce, a differenza di com'è in estate quando tutto è secco e riarso, la terra si crepa,e il verbasco innalza i suoi fiori gialli sui lunghissimi steli.
Dopo aver salutato una vecchia amica dalle orecchie tonde e il muso sporgente
sono poi risalita fino all'antica grotta del Santo eremita Arsenio, un basiliano vissuto nel IX secolo, e che alla tenera età di quindici anni si dedicò ad un rigido misticismo, secondo le regole degli asceti greci di Calabria, e diventò monaco. Come ogni trickster che si rispetti, ho ignorato e aggirato il divieto, ossia la corda tesa all'ingresso della spelonca per proteggere il luogo sacro dall'invadenza dei visitatori estivi, e mi sono seduta all'interno, su uno spuntone di pietra levigato dal tempo e dal mare di milioni di anni fa.
Ogni volta che mi trovo in quel luogo, mi ritrovo a immaginare e a cercare di indovinare dove questo sant'uomo e il suo discepolo e bios Elia lo speleota, tenessero i loro giacigli, o in quale punto veniva acceso il fuoco. Provo a immaginare come doveva essere la notte, e mi piace pensare che quella fessura di roccia e i profili delle colline al di fuori, più antiche sia di me che di loro,siano gli stessi che anch'essi guardavano.
Ho tracciato il simbolo di protezione Zui-un verso le quattro direzioni intorno a me e sono rimasta lì un pò a meditare e a concedermi un buon auto-trattamento Reiki. Attorno a me la quiete del dolce inverno mediterraneo e il via vai di codirossi e pettirossi con il loro cinguettio a intermittenza, e dentro di me un gran senso di pace, comunione con la terra, e gratitudine...quanto è lontano tutto questo dalla frenesia del moderno Natale. Quanta ricchezza inestimabile è racchiusa nella semplicità.
Il santo eremita lo sapeva bene, e spero non se ne abbia a male se ogni tanto anche io trovo rifugio nella sua grotta. Quando sono uscita da lì, la luce ha colpito un poco i miei occhi e ho ripreso il sentiero per il paese, incontrando vecchi muri disabitati fatta eccezione per qualche fantasma, e fiori di borragine del blu più splendente.
E per finire in bellezza le giornate del mio ritorno e non perdere l'atmosfera, non posso mai mancare l'appuntamento delle 23:40 con Ombre radio e l'amata voce di Vinicio Capossela: Per parlare con le ombre del regno dei morti a Ulisse viene detto di scavare la terra e offrire del sangue.
Da quel sangue prende corpo la voce, la voce di un ombra, Tiresia, e la divinazione e la conoscenza…Restiamo al riparo dalla conoscenza fino a che non chiediamo, ma non dopo.
Queste puntate sono una specie di viaggio tra le ombre della "stagione intercalare”, la strettoia di clessidra in cui passa l’anno. Sono ombre dei morti, che parlano a mezzo di un sacrificio .. abbiamo sacrificato, sottratto all’uso, intere parti di noi, sedimentate però nell’inconscio collettivo dove ancora abita il licantropo, il mannaro, Erode, il pastore, la stella, gli animali parlanti, tutto quello che da una forma e una misura alla nostra angoscia della presenza sulla terra....
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