Pagine

Visualizzazione post con etichetta Immagini. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Immagini. Mostra tutti i post

martedì 16 ottobre 2018

Raccolto autunnale

Ho lettere da scrivere e colori da svelare,
e un pensiero felice pieno di luce nordica appena affiorato nel qui e ora.
Il tempo è passato volando ultimamente e troppo impegnata a viverlo, non ho quasi avuto occasione di sbirciarci in mezzo a lungo, ma è stato tempo buono e nelle sue pieghe si sono nascoste tante cose belle, osservate per un attimo e poi messe da parte mentre la corrente ripartiva di gran carriera. Non che ora si sia fermata, ma cerco di calvalcarla meglio a pelo e senza redini, 
ma con le ginocchia ben salde. 
Questo autunno sta portando sopratutto il ritrovarsi.
Il ritrovarsi di sguardi e famiglie, di sangue e non.
Di voci e sentimenti che non si potevano proprio più mettere a tacere,
di richiami a cui rispondere forte e chiaro, 
anche un po' dell'amore nel dolore e molto di quella follia sacra che muove i mondi. 


Un pensiero sorridente ad Aarto Paasilinna venuto a mancare proprio mentre dopo sei anni lunghissimi prenoto finalmente un volo per la sua bella terra. Dopo che proprio ieri sera rileggevo qualche brano del suo primo romanzo famoso "L' anno della lepre". Di certo avrebbe colto l'ironia di tutto ciò! :) I suoi libri pieni di humor pungente, malinconia e amore per la natura, in Italia li trovate editi da Iperborea. 


lunedì 10 settembre 2018

Cimaruta


La cimaruta è un incantesimo di per sè, un amuleto molto antico, radicato nella tradizione della vecchia religione d’Italia. La cimaruta tradizionale è modellata secondo l’immagine di un rametto di ruta, un’erba che ricopre una notevole importanza nella stregoneria di tradizione italiana. La ruta fin dal medioevo era ritenuta un’erba scacciadiavoli da raccogliere nella notte di San Giovanni. Essa era impiegata nella magia contro gli spiriti: si portava sulla tomba per proteggere l’anima del defunto dagli spiriti maligni. Rametti di ruta erano inchiodati alle porte per impedire al male di entrare.Il ramo di ruta di quest'amuleto è diviso in tre steli che simboleggiano la dea Diana Triformis: la ruta è infatti una delle erbe sacre a questa dea. Vari talismani appaiono sul disegno della ruta e ognuno porta il suo proprio significato. I simboli principali sono la luna, il serpente e la chiave. Questi rappresentano la dea nella sua triplice forma come Ecate (la chiave), Diana (la luna) e Proserpina (il serpente). Più in generale Fanciulla, Madre e Crona. Questo antico raggruppamento della dea appare negli antichi scritti di autori come Lucano, Ovidio e Orazio. Tutti i simboli che vi si trovano  sono comuni nella magia popolare e appaiono in numerose versioni. Molti incantesimi di magia popolare, come la cimaruta, sono stati progettati anche per essere usati anche contro la stregoneria stessa. Un esempio appare nella consuetudine di mettere una cimaruta sulla culla di un neonato per la convinzione che essa sarebbe in grado di proteggerlo dal malocchio e dalla stregoneria. L’usanza  deriva dall’antica pratica delle donne romane che facevano offerte a Diana per poter partorire sotto la protezione della dea. In questa luce si può notare che il potere della cimaruta è stato inteso come un omaggio a Diana per la nascita del bambino e la protezione dello stesso. Purtroppo tali credenze e pratiche antiche vennero condannate e rimosse dalla Chiesa e dai suoi agenti, e andarono perdute.


lunedì 20 agosto 2018

<< Pan, il grande, è morto! >>

“...Un grido percorse la tarda antichità:
<< Pan, il grande, è morto! >> narra Plutarco nel Tramonto degli oracoli; tuttavia il detto è divenuto oracolare, fino a significare molte cose per molte persone in molti tempi. Una cosa fu annunciata: la natura era stata privata della sua voce creativa. Essa non era più una forza indipendente e vivente di generatività. Ciò che aveva avuto anima, la perdette; o andò perduta la connessione psichica con la natura. Morto Pan, anche Eco morì; non potemmo più catturare coscienza riflettendo entro i nostri istinti. Questi avevano perduto la loro luce e caddero facilmente nell' ascetismo, seguendo come un gregge senza ribellione istintuale il loro nuovo pastore, Cristo, con i suoi nuovi mezzi di direzione. La natura cessò di parlarci - oppure non fummo più capaci di udirla. La persona di Pan il mediatore, come un etere che avviluppava invisibile tutte le cose naturali di significato personale, di lucentezza, era scomparsa. Le pietre divennero soltanto pietre- gli alberi, alberi; le cose, i luoghi e gli animali non erano più questo Dio o quello, ma diventarono “simboli” o si disse che “appartenevano” a questo o a quel Dio. Quando Pan è vivo allora anche la natura lo è, ed è colma di Dei, talchè lo stridio della civetta è Atena e il mollusco sulla riva è Afrodite. Questi pezzi di natura non sono semplicemente attributi o proprietà. Sono gli Dei nelle loro forme biologiche. E dove trovare gli Dei meglio che nelle cose, nei luoghi e negli animali che essi abitano, e come partecipare ad essi meglio che attraverso le loro concrete rappresentazioni naturali? Ogni cosa che veniva mangiata, odorata, calpestata o spiata era una presenza sensuale dotata di rilevanza archetipica. Una volta che Pan è morto, la natura può essere controllata dalla volontà del nuovo Dio, l'uomo modellato ad immagine di Prometeo o Ercole, che crea da essa e l'inquina senza alcun turbamento morale. ( Ercole, che per primo ripulì il mondo naturale di Pan, combinando l'istinto con la propria forza di volontà, non si fermò per togliere di mezzo le carcasse smembrate lasciate a putrefarsi dopo le sue civilizzatrici imprese creative. Lui si avvia a grandi passi verso la prossima impresa, e verso la pazzia che lo aspetta alla fine). Quando l'umano perde la connessione personale con la natura personificata e l'istinto personificato, l'immagine di Pan e l'immagine del Diavolo si mescolano. Pan non morì mai, dicono i commentatori di Plutarco, egli venne rimosso. Perciò, Pan ancora vive, e non soltanto nell'immaginazione letteraria. Egli vive nel rimosso che ritorna, nelle psicopatologie dell'istinto che si fanno avanti, come indica Roscher, innanzitutto nell'incubo e nelle qualità erotiche, demoniache e paniche ad esso associate. L'incubo quindi offre veramente la chiave per riavvicinare la natura per noi perduta e morta. Nell'incubo la natura rimossa ritorna, così vicina, così reale che non possiamo non reagire ad essa naturalmente,divenendo cioè intensamente fisici, posseduti da Pan, gridando per avere luce, conforto, contatto. La reazione immediata è l'emozione demoniaca. Siamo ricondotti all'istinto dall'istinto.”
 - James Hillman, Saggio su Pan -


domenica 29 luglio 2018


( L' estate mi toglie tutte le parole.... )

Bridgman Frederick Arthur -The Siesta (Afternoon in Dreams)

Kutsuu ( Chiamata )

giovedì 3 maggio 2018

Mi vientre


...Utero mío, con tu latido tan amoroso, tan escondido

alegría,calor, entrega, fuego, connesión, generosidad, metamorfosis  ritmos, amor.

Come camminare nel mare. Rotondo come un arancia. Rosso come un bambino con un po' di vergogna.

Ignorado, recuperado... tormenta y calma, calorcito, pasión... es nido, es flor.

Bendición, nido, universo, bienvenida, silencio, abrazo.

Árbol que crece y se abre a la vida, hoguera del sol, océano infinito, mariposas de luz.

Mar de sirenes, escalfor dolça i suau, racó ancestral, casa. [Mar de sirenas, calor dulce y suave, rincón ancestral, casa

Chovejte mě, má matičko, jako míšeňské jablíčko, chovejte mě, má matičko, jako z růže květ.
Až vy si mě vychováte, pak se na mě podíváte... (checo).
[Cuidé de mí, mi querida madre, como de una manzana de Meissen, cuidé de mí, mi querida madre, como de una flor del rosa]






- Nelle foto Il tempio induista di Kamakhya Devi, la dea mestruata -

mercoledì 1 marzo 2017

( Eugène Grasset )

sabato 14 maggio 2016



Amava scrivere, ma non l'aveva mai fatto seriamente prima.
Non si era mai seduta dicendosi “adesso scrivo per il semplice gusto di farlo". Certo qualche volta aveva aggiornato il suo vecchio blog, ma non era la stessa cosa.
Iniziò quasi per dispetto, nel mese in cui la neve dei pioppi invade la pianura e il rosso dei papaveri è più intenso che mai. Le piacevano i papaveri: delicati e forti al tempo stesso con il loro colore vitale e prepotente. A volte, provava uno strano piacere nel raccoglierne un bocciolo ancora sigillato, e aprirlo con le dita, liberandone così il rosso stropicciato e prigioniero dei petali.
I suoi pensieri avevano al momento la forma di tanti fili colorati, intrecciati e annodati tra loro. Fili da ricamo marca “Doli” comprati in una polverosa e caotica bottega indiana.
Sperava di poter districare quella colorata matassa, di potergli dare un senso e una direzione.
In quel periodo i campi di grano erano ancora simili ad un mare verde-azzurro, le cui onde venivano agitate dal vento, e quel movimento le ricordava un enorme respiro. Allora respirò a fondo.



martedì 19 gennaio 2016

Chiara Vigo: storia di un'antico sapere femminile e di un museo da salvare


«Ponente, Levante, Maestro e Grecale
Prendete La mia anima e
Buttatela nel fondale
Che sia la Mia Vita
Per Essere, Pregare e Tessere
Per Ogni Gente
Che da me và e da me viene
Senza Tempo, Senza nome, Senza Colore, Senza Confini,
Senza denaro.
In nome del Leone dell’Anima Mia e
Dello Spirito Eterno. 
Così Sarà.»


Immaginate una donna di 58 anni, volto mediterraneo dai tratti decisi e dall’espressione volitiva, mentre in una notte di primavera inoltrata si immerge al chiarore della luna nelle acque di Sant’Antioco, un’isola nell’isola di Sardegna, collegata alla terraferma da un antico ponte di origine fenicia. Immaginatela mentre lo fa senza usare né bombole da sub né pinne, con la stessa abilità di un pescatore di perle della Polinesia. Siamo a sud-ovest, nella regione del Sulcis-Iglesiente, in un territorio ricco di storia diviso fra il borgo di Sant’Antioco, il più popoloso e sorto sulle rovine dell’antica città fenicio-punica di Sulci, e quello di Calasetta, secondo centro abitato più importante dell’isola, a sua volta circondata da due isolotti disabitati, detti, il più lontano, Il Toro, e il più vicino alla costa, La Vacca, affiancato quest’ultimo da uno scoglio denominato Il Vitello. In queste acque Chiara si immerge a 13 metri di profondità per raccogliere i bruni filamenti prodotti da un mollusco: la Pinna Nobilis. Con essi ottiene quella “seta” del mare che utilizzerà per creare tessuti e ricami, ormai presenti in alcuni dei più importanti musei del mondo; manufatti che, a parte la finezza di ogni dettaglio, hanno la particolarità, se esposti alla luce del sole, di assumere una magica aura dorata. Il filo di bisso sembra infatti giocare con la luce, mostrandosi color bronzo in penombra, color oro se illuminato e quasi invisibile se esposto in controluce.


Chi ha avuto occasione di conoscere Chiara la descrive materna e accogliente e conserva di lei l’immagine di una Penelope dei nostri tempi, intenta al telaio di tipo mesopotamico su cui lavora per portare a compimento quella che per lei è una ‘missione’, e non per ingannare l’attesa di un Ulisse di cui non ha bisogno dato che la protagonista del mito è lei e soltanto lei. Le sue mani, ora lentamente ora velocemente, sfiorano sapienti quella fibra che la tradizione popolare definisce ‘seta marina’ o ‘capelli d’angelo’, ossia quei sottilissimi filamenti che la Pinna Nobilis, la più grande conchiglia del Mediterraneo, produce con estrema lentezza. Questo mollusco è stato dichiarato a rischio di estinzione nel 1992, e quindi protetto, da quando una dissennata pesca a strascico ne aveva messo a repentaglio la sopravvivenza. E’ un bivalve che può superare la lunghezza di un metro e si trova nelle praterie di alga ‘posidonia’ che circondano l’isola di Sant’Antioco dove l’animale è tornato a prosperare grazie a una raccolta del bisso che non prevede più la sua uccisione.


Chiara infatti, nelle sue immersioni si limita a resecare con un piccolo attrezzo tagliente parte di quei filamenti, riportandone a galla poche centinaia di grammi dopo centinaia di immersioni. Pescatrice e vestale di una tradizione di cui custodisce gelosamente i segreti, raccoglie questo regalo del mare generato dal continuo movimento delle valve di un mollusco che nel suo involucro – madreperlaceo all’interno e scabro all’esterno – produce anche fragili perle colorate oltre a celare la ghiandola setacea all’origine dei preziosi filamenti. Ecco come Chiara descrive tale magico processo naturale: “Di tanto in tanto la Pinna secerne una bava a base di cheratina che a contatto con l’esterno si solidifica. Ha l’aspetto di una barba grezza e incolta, ma portata dal buio alla luce si trasforma in bisso, un vello d’oro soffice e biondo con cui venivano tessute e ricamate le vesti pregiate di re e sacerdoti. Ne parla anche la Bibbia che cita il tessuto degli abiti di re Salomone e della regina Ecuba, così come ne ha parlato Aristotele. Più sottile di un capello umano è mille volte più resistente, non si deteriora e non viene attaccato dagli insetti. Gli antichi caldei, egizi, greci, ebrei, lo usavano per creare i loro paramenti sacri”.
L’espressione usata da Chiara “Dal buio alla luce” è anche il titolo di un libro che la giornalista Susanna Lavazza ha scritto al termine di due anni trascorsi al fianco della enigmatica “signora delle acque”. In un’intervista, l’Autrice ha raccontato come sia progressivamente passata da uno stato di iniziale scetticismo rispetto a tutto ciò che aveva sentito dire su Chiara Vigo, ad una illuminante constatazione della veridicità di ogni minimo dettaglio: dalla raccolta del bisso in immersione, nel mese di maggio e con la luna nuova, con indosso una lunga tunica di lino e munita solo d’un paio di occhialini, delle proprie unghie e di un piccolo bisturi, alla necessità di un centinaio di immersioni a 13 metri di profondità per portare in superficie appena 3 etti di filamento grezzo trasformabili in 30 grammi di filo pulito e 18 metri di filo ritorto (è quanto ha impiegato, ad esempio, per realizzare la ‘Natività’ custodita al Museo Pigorini di Roma). Susanna Lavazza è stata anche testimone dei quotidiani momenti che Chiara dedica alla preghiera in riva al mare, all’alba e al tramonto, dei suoi canti in aramaico al cospetto delle onde, delle litanie e dei carmi magici nel misterioso linguaggio del popolo di Nur, plurimillenario abitante dei nuraghi. Ad emergere da questa irripetibile esperienza è un legame inscindibile col mare, elemento di fronte la quale è stata trasmessa a Chiara l’iniziatica arte del bisso: e all’origine di tutto un giuramento fatto sulla riva in cambio dell’acquisizione della “formula segreta della trasformazione”, ossia di quella procedura magistrale che rende malleabile e filabile la bava marina che senza l’arte di un Maestro sarebbe solo un grumo informe di filamenti.


Tutto ciò però ha richiesto delle dure prove preliminari: prove di carattere, di concentrazione, di abilità e di forza; quelle stesse prove che hanno ad esempio permesso a Chiara di resistere alle tentazioni del denaro, come nel caso dei giapponesi che le offrirono due miliardi e mezzo di lire perché vendesse loro “Il Leone delle Donne”, un arazzo ricamato con un bisso pescato da sua nonna nel 1938. “Il bisso – ammette Chiara senza rimpianti – non si può né vendere né comprare, e non soggiace alle leggi di mercato, perché è un bene collettivo: si può solo ricevere o regalare”. Diventare una ‘’vestale’’ del bisso ha però richiesto a Chiara anche l’apprendimento della pesca a mani nude, della estrazione di olii e medicamenti dalle piante, delle 124 tecniche di tintura naturale.


E’ questo dunque il mondo di Chiara Vigo, donna capace d’altro canto anche di vivere con disinvoltura la modernità del presente, gestendo rapporti con le migliaia di persone di tutto il mondo che ogni anno vanno a visitare il suo meraviglioso Museo-laboratorio del Bisso; con gli accademici che da Australia, Usa, Svizzera, Francia, Israele (in particolare rabbini paleografi ed epigrafisti), chiedono di conoscere e studiare la sua affascinante realtà; con gli studenti universitari che scelgono lei e la sua arte quali argomenti delle loro tesi di laurea. Mentre l’Italia nicchia (Chiara Vigo nel 2008 è stata nominata Commendatore della Repubblica ma i nostri connazionali che vanno a visitare il suo laboratorio sono purtroppo la minoranza), all’estero le hanno tributato il Premio ‘Un bosco per Kyoto’ quale riconoscimento per il rispetto dell’ambiente, e al tempo stesso la sua arte nel 2005 è stata dichiarata dall’Unesco ‘Patrimonio Immateriale’ dell’Umanità.
Suoi lavori di tessitura e ricamo sono esposti in musei prestigiosi come il Louvre e il British Museum, mentre una preziosissima cravatta in bisso regalata al presidente statunitense Bill Clinton si trova oggi custodita nel Museo Nazionale di Washington. Grata, ma incurante, di tanta notorietà internazionale, Chiara Vigo – immersa fra gli oggetti del suo laboratorio ospitato in un suggestivo ed austero palazzotto ottocentesco – prosegue in quella missione alla quale si sente predestinata e ricorda ancora una volta come a iniziarla e a formarla in questa mirabile arte sia stata la nonna materna Leonilde Mereu, custode degli antichi segreti della lavorazione del bisso. “Io non me ne ero accorta, mia nonna aveva tessuto dentro di me un arazzo che non si sarebbe disfatto mai”, dice Chiara con emozione. Un rapporto, quello di Chiara con la preziosa fibra, che inizia prestissimo e che la vede già a 4 anni intenta a filare, mentre a 13 è già in grado di manovrare l’enorme telaio per la tessitura.

Il suo museo, il cui ingresso e gratuito, entro un mese rischierà di venir chiuso per volere dell'Amministrazione Comunale. Sostengono che il locale sia inagibile: in realtà il locale è bellissimo e perfetto, molto accogliente e pulito. Non vi sono segni di cedimenti strutturali (come invece sostengono). Non ci si spiega il motivo di questa triste decisione.
 Per cui chiedo a tutti voi:
firmate questa petizione che è stata lanciata on-line da Mariagrazia Cucinotta,
a cui stanno aderendo sia persone famose che persone come me e voi, ma tutte decise a non perdere un patrimonio tanto particolare e importante.
la trovate QUI. 
Qualche secondo del vostro tempo,
la possibilità di visitare ancora il museo del Bisso.


domenica 18 ottobre 2015

Una ragazza

Camminava per la strada assaporando fino in fondo l'autunno e la giornata di pioggia.
Era una ragazza complicata.
L'umidità le arricciava i capelli sottili 
e il suo sguardo si fermava in modo penetrante sulle piccole cose che le piaceva osservare:
gocce d'acqua sugli steli, fugaci paesaggi domestici custoditi da qualche finestra illuminata,
 oppure il volto degli altri passanti.
Era pensierosa e innamorata. 
Il suo amore era profondo e semplice al tempo stesso,
 e i suoi pensieri tutti tesi verso il futuro.
Due ombre le camminavano al fianco,
una era piccola e dai passi veloci e l'altra alta e misteriosa.
Ma quest' ultimo dettaglio quasi nessuno avrebbe mai potuto notarlo.

martedì 11 agosto 2015

La montagna dalle cinque dita

Oggi vi parlo un pò di  Pentedattilo, ossia l'ultimo posto che io e Vic abbiamo visitato qui in Calabria,
e di un artista famoso che lo visitò e fece queste illustrazioni: 




Maurits Cornelis Escher (Leeuwarden, 17 giugno 1898 – Laren, 27 marzo 1972), incisore e grafico olandese, è conosciuto principalmente per le sue incisioni su legno, litografie e mezzetinte che tendono a presentare costruzioni impossibili, esplorazioni dell'infinito, tassellature del piano e dello spazio e motivi a geometrie interconnesse che cambiano gradualmente in forme via via differenti. Le opere di Escher sono molto amate da logici, matematici e fisici, che apprezzano il suo uso razionale di poliedri, distorsioni geometriche ed interpretazioni originali di concetti appartenenti alla scienza, sovente per ottenere effetti paradossali.
In Calabria Escher viaggiò in lungo e in largo insieme a Robert Shiess e a Jean Rousset, compagni di un discreto spessore culturale. Visitarono Pizzo, Tropea, Pentedattilo, Fiumara, Santa Severina, Rossano, Stilo, Crotone, Scilla, Mèlito, Palizzi, Rocca Imperiale, Morano. Ovunque andarono i tre amici non sempre ricevettero una accoglienza di immediata ospitalità. In ogni luogo dove sostarono riuscirono, comunque, ad accattivarsi la simpatia della gente. Si racconta che alla stazione ferroviaria di Spezzano Albanese il suono della cetra tirolese di Jean Rousset attirò l’attenzione di alcuni cittadini e quella del capostazione. Costui fu talmente preso dalla musica e dalla danza che aveva improvvisato che dimenticò di dare il segnale per la partenza del treno se non con molto ritardo.
Dell’indimenticabile esperienza l’artista rese testimonianza in un articolo pubblicato sul De Goene Amsterdammer del 23 aprile 1932: “gli sconosciuti paesini del desolato entroterra calabro sono collegati alla ferrovia che corre lungo la costa solo attraverso una mulattiera. Chi vuole recarvisi deve andarci a piedi, se non ha a disposizione un mulo”. Alle impressioni di viaggio, unì il ricordo dei pasti frugali a base di miele, formaggio, pane duro ammollato nel latte di capra. Era la primavera del 1930.
Noi nel 2015 ci siamo aggirati curiosi per le antiche stradine del borgo fantasma, entrando nelle case disabitate e nelle piccole botteghe che sono state aperte solo da qualche anno, osservando le cinque dita di roccia ( che danno il nome al paese ) incombere su di noi. Motivi per restare affascinati da questo luogo ce ne sono parecchi, tra cui la strage che vide protagoniste le due famiglie nobili del luogo nel 1686 per motivi passionali. Del castello della famiglia Alberti, rimangono solo poche mura dello stesso colore della roccia, che ormai scoperchiate, guardano il vuoto. 




sabato 21 dicembre 2013

giovedì 25 aprile 2013

Volpi su Tumblr


Finalmente ho trovato un posticino dove mettere tutte insieme le tante immagini volpifere che ho collezionato fino a ora. Alcuni disegni e alcune foto sono cose mie,fatte da me, il resto sono tutti doni meravigliosi della rete. Non c'è nessuna classificazione o didascalia, un pò perchè è quasi impossibile per tantissime immagini recuperare la fonte, un pò perchè davvero non ho mai tempo, e un pò perchè mi piace questo spazio pieno solo di immagini buttate lì, tutte diverse ma tutte accumunate dal soggetto. 
Nel momento in cui mi mettessi lì a catalogarle, a inserire gli autori e i titoli, diventerebbe un meraviglioso archivio coi controcavoli, me ne rendo conto.
 Ma io lo voglio davvero? 
Oppure tutto questo affaccendarmi sarebbe parte di un inculcato senso del dovere,un pochino scolastico, 
e lo farei in parte per non sentirmi in colpa?
( Sì ci si sente in colpa per tutte le piccole cose, troppo spesso... ) 
Alla fine probabilmente mi stancherei, lo farei ma sarebbe una piccola forzatura.
Invece così posso letteralmente riversare, e far gioire i miei occhi.
Sono decisamente un' esteta pigra!
Ps: gli ideogrammi giapponesi dicono " nido/covo di volpe "
..... ma questi aspetti possono ancora cambiare.
Alle volpi cambiare ogni tanto piace: basta mettere una foglia sulla testa per cambiare del tutto e fare un sacco di cose, ad esempio scrivere al computer! 


martedì 12 marzo 2013

Onde del fiume, ossa , e stoffa gialla...

Venerdì notte,
un sogno:

C'è una donna d'acqua, una creatura del fiume che vive la nostra vita, la vita degli esseri umani.
Però sente di non essere più felice, sta diventando triste e grigia e così un giorno decide di tornare al fiume, si toglie tutti i vestiti ed entra in acqua, restando in attesa.
Dopo un pò l'acqua del fiume le porta qualcosa. 
Si tratta di uno scheletro che indossa un lungo abito giallo.
Lei lo trascina fuori dall'acqua e per un pò cammina portandosi dietro queste ossa finchè osservandole esclama: " Perchè dovrei avere paura del mio scheletro? "
Così gli toglie il vestito e lo indossa, e getta lo scheletro da parte.
La donna del fiume con indosso l'abito giallo corre sulla spiaggia, e ad un certo punto vola, 
perchè le sono spuntate due enormi ali dai colori scuri.
Mentre corre e vola sulla spiaggia, si sveglia in lei una nuova consapevolezza,
quella di una nuova vita che le cresce nel grembo.
Ma anche se sa che sarebbe facile, non vuole conoscere il sesso del nascituro, perchè, dice a sè stessa,
sarà la prossima sorpresa.


Poi mi sono svegliata ( è bello quando un sogno finisce senza essere interrotto da qualcosa, ad esempio dalla sveglia, anche se questa poco dopo è comunque suonata alle 6:00 ! ) e finalmente stasera è nata l'immagine che vedete in questo post. Scrivo per non dimenticare, benchè a volte non ce ne sia realmente bisogno. Alcuni sogni svaniscono, altri sono praticamente indelebili.

martedì 19 febbraio 2013

mercoledì 14 novembre 2012

venerdì 9 novembre 2012

Artigli e arcobaleni...

Giorni in cui sono sempre in movimento.
Giorni in cui la mia mente arriva prima del mio corpo.
Moto perpetuo ed i suoi effetti ... quelli divertenti e quelli faticosi.
Giorni in cui in stazione posso scegliere tra il treno o l'arcobaleno,
In effetti sono quasi la stessa. ;-)


Giorni in cui i miei capelli diventano bianchi
e Ste e sente il bisogno di dire al mondo, che siamo fidanzati. Ih! Ih!


Giorni in cui sento che la mia nuova avventura è come "Nrsimhadeva"
qualcosa con artigli affilati e aspetto feroce che può scavare dentro di me,
per "distruggere l'oscurità dell'ignoranza e dei suoi demoni, e per difendere la luce della conoscenza."


"Nrsimhadeva" è un indù, e l'immagine è meravigliosa. 
Ma come forse già sapete si possono trovare queste cose in mille libri e culture. Specie Siberiana tnto per dirne una a caso! (Ah!ah! Il caso...come no!)
E, come al solito, tutti i simboli e i libri del mondo sono inutili finché non si sente sulla pelle e all'interno questo tocco ardente. Per me, non è  la prima volta e si spera non sia  l'ultima.
Il becco del Corvo e le unghie della Gatta 
( un micro-leone in effetti!) hanno una parte importante in questo. ;-)