martedì 19 gennaio 2016

Chiara Vigo: storia di un'antico sapere femminile e di un museo da salvare


«Ponente, Levante, Maestro e Grecale
Prendete La mia anima e
Buttatela nel fondale
Che sia la Mia Vita
Per Essere, Pregare e Tessere
Per Ogni Gente
Che da me và e da me viene
Senza Tempo, Senza nome, Senza Colore, Senza Confini,
Senza denaro.
In nome del Leone dell’Anima Mia e
Dello Spirito Eterno. 
Così Sarà.»


Immaginate una donna di 58 anni, volto mediterraneo dai tratti decisi e dall’espressione volitiva, mentre in una notte di primavera inoltrata si immerge al chiarore della luna nelle acque di Sant’Antioco, un’isola nell’isola di Sardegna, collegata alla terraferma da un antico ponte di origine fenicia. Immaginatela mentre lo fa senza usare né bombole da sub né pinne, con la stessa abilità di un pescatore di perle della Polinesia. Siamo a sud-ovest, nella regione del Sulcis-Iglesiente, in un territorio ricco di storia diviso fra il borgo di Sant’Antioco, il più popoloso e sorto sulle rovine dell’antica città fenicio-punica di Sulci, e quello di Calasetta, secondo centro abitato più importante dell’isola, a sua volta circondata da due isolotti disabitati, detti, il più lontano, Il Toro, e il più vicino alla costa, La Vacca, affiancato quest’ultimo da uno scoglio denominato Il Vitello. In queste acque Chiara si immerge a 13 metri di profondità per raccogliere i bruni filamenti prodotti da un mollusco: la Pinna Nobilis. Con essi ottiene quella “seta” del mare che utilizzerà per creare tessuti e ricami, ormai presenti in alcuni dei più importanti musei del mondo; manufatti che, a parte la finezza di ogni dettaglio, hanno la particolarità, se esposti alla luce del sole, di assumere una magica aura dorata. Il filo di bisso sembra infatti giocare con la luce, mostrandosi color bronzo in penombra, color oro se illuminato e quasi invisibile se esposto in controluce.


Chi ha avuto occasione di conoscere Chiara la descrive materna e accogliente e conserva di lei l’immagine di una Penelope dei nostri tempi, intenta al telaio di tipo mesopotamico su cui lavora per portare a compimento quella che per lei è una ‘missione’, e non per ingannare l’attesa di un Ulisse di cui non ha bisogno dato che la protagonista del mito è lei e soltanto lei. Le sue mani, ora lentamente ora velocemente, sfiorano sapienti quella fibra che la tradizione popolare definisce ‘seta marina’ o ‘capelli d’angelo’, ossia quei sottilissimi filamenti che la Pinna Nobilis, la più grande conchiglia del Mediterraneo, produce con estrema lentezza. Questo mollusco è stato dichiarato a rischio di estinzione nel 1992, e quindi protetto, da quando una dissennata pesca a strascico ne aveva messo a repentaglio la sopravvivenza. E’ un bivalve che può superare la lunghezza di un metro e si trova nelle praterie di alga ‘posidonia’ che circondano l’isola di Sant’Antioco dove l’animale è tornato a prosperare grazie a una raccolta del bisso che non prevede più la sua uccisione.


Chiara infatti, nelle sue immersioni si limita a resecare con un piccolo attrezzo tagliente parte di quei filamenti, riportandone a galla poche centinaia di grammi dopo centinaia di immersioni. Pescatrice e vestale di una tradizione di cui custodisce gelosamente i segreti, raccoglie questo regalo del mare generato dal continuo movimento delle valve di un mollusco che nel suo involucro – madreperlaceo all’interno e scabro all’esterno – produce anche fragili perle colorate oltre a celare la ghiandola setacea all’origine dei preziosi filamenti. Ecco come Chiara descrive tale magico processo naturale: “Di tanto in tanto la Pinna secerne una bava a base di cheratina che a contatto con l’esterno si solidifica. Ha l’aspetto di una barba grezza e incolta, ma portata dal buio alla luce si trasforma in bisso, un vello d’oro soffice e biondo con cui venivano tessute e ricamate le vesti pregiate di re e sacerdoti. Ne parla anche la Bibbia che cita il tessuto degli abiti di re Salomone e della regina Ecuba, così come ne ha parlato Aristotele. Più sottile di un capello umano è mille volte più resistente, non si deteriora e non viene attaccato dagli insetti. Gli antichi caldei, egizi, greci, ebrei, lo usavano per creare i loro paramenti sacri”.
L’espressione usata da Chiara “Dal buio alla luce” è anche il titolo di un libro che la giornalista Susanna Lavazza ha scritto al termine di due anni trascorsi al fianco della enigmatica “signora delle acque”. In un’intervista, l’Autrice ha raccontato come sia progressivamente passata da uno stato di iniziale scetticismo rispetto a tutto ciò che aveva sentito dire su Chiara Vigo, ad una illuminante constatazione della veridicità di ogni minimo dettaglio: dalla raccolta del bisso in immersione, nel mese di maggio e con la luna nuova, con indosso una lunga tunica di lino e munita solo d’un paio di occhialini, delle proprie unghie e di un piccolo bisturi, alla necessità di un centinaio di immersioni a 13 metri di profondità per portare in superficie appena 3 etti di filamento grezzo trasformabili in 30 grammi di filo pulito e 18 metri di filo ritorto (è quanto ha impiegato, ad esempio, per realizzare la ‘Natività’ custodita al Museo Pigorini di Roma). Susanna Lavazza è stata anche testimone dei quotidiani momenti che Chiara dedica alla preghiera in riva al mare, all’alba e al tramonto, dei suoi canti in aramaico al cospetto delle onde, delle litanie e dei carmi magici nel misterioso linguaggio del popolo di Nur, plurimillenario abitante dei nuraghi. Ad emergere da questa irripetibile esperienza è un legame inscindibile col mare, elemento di fronte la quale è stata trasmessa a Chiara l’iniziatica arte del bisso: e all’origine di tutto un giuramento fatto sulla riva in cambio dell’acquisizione della “formula segreta della trasformazione”, ossia di quella procedura magistrale che rende malleabile e filabile la bava marina che senza l’arte di un Maestro sarebbe solo un grumo informe di filamenti.


Tutto ciò però ha richiesto delle dure prove preliminari: prove di carattere, di concentrazione, di abilità e di forza; quelle stesse prove che hanno ad esempio permesso a Chiara di resistere alle tentazioni del denaro, come nel caso dei giapponesi che le offrirono due miliardi e mezzo di lire perché vendesse loro “Il Leone delle Donne”, un arazzo ricamato con un bisso pescato da sua nonna nel 1938. “Il bisso – ammette Chiara senza rimpianti – non si può né vendere né comprare, e non soggiace alle leggi di mercato, perché è un bene collettivo: si può solo ricevere o regalare”. Diventare una ‘’vestale’’ del bisso ha però richiesto a Chiara anche l’apprendimento della pesca a mani nude, della estrazione di olii e medicamenti dalle piante, delle 124 tecniche di tintura naturale.


E’ questo dunque il mondo di Chiara Vigo, donna capace d’altro canto anche di vivere con disinvoltura la modernità del presente, gestendo rapporti con le migliaia di persone di tutto il mondo che ogni anno vanno a visitare il suo meraviglioso Museo-laboratorio del Bisso; con gli accademici che da Australia, Usa, Svizzera, Francia, Israele (in particolare rabbini paleografi ed epigrafisti), chiedono di conoscere e studiare la sua affascinante realtà; con gli studenti universitari che scelgono lei e la sua arte quali argomenti delle loro tesi di laurea. Mentre l’Italia nicchia (Chiara Vigo nel 2008 è stata nominata Commendatore della Repubblica ma i nostri connazionali che vanno a visitare il suo laboratorio sono purtroppo la minoranza), all’estero le hanno tributato il Premio ‘Un bosco per Kyoto’ quale riconoscimento per il rispetto dell’ambiente, e al tempo stesso la sua arte nel 2005 è stata dichiarata dall’Unesco ‘Patrimonio Immateriale’ dell’Umanità.
Suoi lavori di tessitura e ricamo sono esposti in musei prestigiosi come il Louvre e il British Museum, mentre una preziosissima cravatta in bisso regalata al presidente statunitense Bill Clinton si trova oggi custodita nel Museo Nazionale di Washington. Grata, ma incurante, di tanta notorietà internazionale, Chiara Vigo – immersa fra gli oggetti del suo laboratorio ospitato in un suggestivo ed austero palazzotto ottocentesco – prosegue in quella missione alla quale si sente predestinata e ricorda ancora una volta come a iniziarla e a formarla in questa mirabile arte sia stata la nonna materna Leonilde Mereu, custode degli antichi segreti della lavorazione del bisso. “Io non me ne ero accorta, mia nonna aveva tessuto dentro di me un arazzo che non si sarebbe disfatto mai”, dice Chiara con emozione. Un rapporto, quello di Chiara con la preziosa fibra, che inizia prestissimo e che la vede già a 4 anni intenta a filare, mentre a 13 è già in grado di manovrare l’enorme telaio per la tessitura.

Il suo museo, il cui ingresso e gratuito, entro un mese rischierà di venir chiuso per volere dell'Amministrazione Comunale. Sostengono che il locale sia inagibile: in realtà il locale è bellissimo e perfetto, molto accogliente e pulito. Non vi sono segni di cedimenti strutturali (come invece sostengono). Non ci si spiega il motivo di questa triste decisione.
 Per cui chiedo a tutti voi:
firmate questa petizione che è stata lanciata on-line da Mariagrazia Cucinotta,
a cui stanno aderendo sia persone famose che persone come me e voi, ma tutte decise a non perdere un patrimonio tanto particolare e importante.
la trovate QUI. 
Qualche secondo del vostro tempo,
la possibilità di visitare ancora il museo del Bisso.


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